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La voce di Maria Lina

Ogni famiglia ha le sue lezioni, insegnate o imparate, e se dovessi sceglierne una per descrivere la mia sarebbe questa: il cibo non va sprecato. È una cosa in cui mia madre era bravissima. È un monito che arriva da lontano, dal dopoguerra, da quel tempo difficile ma bellissimo in cui tutto era prezioso. È un insegnamento che ha il profumo delle croste di formaggio abbrustolite a Lagosanto, nella bassa ferrarese.

Era d’estate che ci ritrovavamo tutti a casa della nonna Libera e troppo tempo era passato dalla volta precedente: non ci vedevamo spesso e allora ci riunivamo davanti al vecchio camino a muro a cuocere croste di formaggio e pannocchie. Mentre la nonna le suddivideva tra noi bambini, ci raccontava di questa consuetudine, rimasta dai tempi della guerra: mio padre e i suoi fratelli erano piccoli, non si poteva uscire la sera e ancora non c’era la televisione a illuminare i salotti. Così mia nonna e le altre donne del paese avevano escogitato un modo diverso per stare insieme.

Era un piccolo paese, ci si aiutava molto e anche il contadino contribuiva, dopo la raccolta delle pannocchie, lasciandone sempre un po’ per quella che non sapeva sarebbe diventata la nostra tradizione di famiglia. Quando mia mamma sposò mio padre, sposò anche questa abitudine e non avendo un camino la portò avanti utilizzando il fornello. È così che faccio anch’io, ancora oggi, con mia figlia Alice che ancora non cucina, ma – almeno per il momento – si limita a mangiare.

Quando preparo il ragù mia figlia lo assaggia e dice “non sento il profumo della nonna” e allora so di dover mettere più crosta di formaggio e ricordo i pomeriggi passati ad ascoltare le sue storie, i racconti di quando anche i giocattoli erano pochi e i sassi diventavano preziosi quanto tutto il resto.

È questo il bello delle tradizioni, sono una porta aperta sulle nostre origini, attraverso cui possiamo rivedere i frammenti del nostro passato come scene di un film. Il mio film raccoglie le immagini della famiglia a Lagosanto e dei miei nonni a Bagnolo in Piano; la parte di mia madre e quella di mio padre, insieme, a comporre un mosaico di ricordi: fare il bagno nel canale aperto per l’irrigazione, giocare a nascondino sul carro del fieno. Quella volta che al carro era legato l’asino e siamo partiti all’improvviso, con dietro il nonno a rincorrerlo e urlarcene di tutti i colori. Il nonno che sembrava uscito da un vecchio quadro, con il suo cappello e la falce per tagliare il fieno. E ancora: i quadratini di cocomero divisi con parsimonia tra me e i miei cugini, la mia immotivata paura che la nonna mi volesse un po’ meno bene solo perché non avevo vissuto con lei, come invece era stato per i miei fratelli. Quella stessa paura che svaniva nel momento esatto in cui ci sedevamo davanti al camino.

C’è chi non dimostra il proprio affetto con facilità, chi non ama effusioni e abbracci, ma alcuni momenti e alcune atmosfere gettano luce su tutto l’amore che, a quel punto, non può più nascondersi. Per mia nonna il momento era quello in cui si cuocevano le pannocchie.

Questa è solo una piccola parte della storia della mia famiglia, una parte dei miei ricordi. Piccola sì, ma preziosa come la memoria e com’è, ed è sempre stato, il cibo.

Credits:
Testi di Carlotta Fiore
Foto di Diego Rosselli






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